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Paplo Picasso (1881 - 1973):  Guernica  (1937)

             

Dimensioni originali  782 x 351  -  Copia  138 x 62

Ubicazione :    Madrid - Museo del Prado

 

 

 

E’ il 1937, quasi un anno dopo il sollevamento franchista; Madrid repubblicana resiste ancora. A Guadalajara i “legionari” inviati da Mussolini in aiuto di Franco hanno appena subito una cocente sconfitta. Il paese Basco, Guernica, Vitoria, Durango, Bilbao sono

 

 

ancora libere. Resistono agli assalti del generale Mola che ha avuto ordine da Franco di “fare presto impiegando qualsiasi mezzo”. C’è bisogno di un successo.

Per fare presto, per piegare le difese e il morale dei difensori non si doveva esitare nei metodi, compreso quello di polverizzare letteralmente i centri abitati. Guernica, la città sacra dei baschi, era l’obiettivo ideale.

Se ne occupano i tedeschi con un attacco aereo senza precedenti. Ecco come il testimone oculare padre Alberto Onaindia descrive quella giornata: “Arrivai a Guernica il 26 Aprile alle 4,40 del pomeriggio. Ero appena sceso dalla vettura quando cominciò il bombardamento. La gente era terrorizzata. I contadini fuggirono dal mercato abbandonando i loro animali. Il bombardamento durò fino alle 7,45. Durante quel tempo non passavano cinque minuti senza che il cielo non fosse oscurato dagli aerei tedeschi. Il metodo di attacco fu sempre lo stesso. Prima mitragliavano, dopo lanciavano le bombe esplosive e alla fine quelle incendiarie… Nelle buche delle strade si ammucchiavano insieme stesi al suolo uomini, donne, bambini. Si udivano grida di dolore da tutte le parti e la gente terrorizzata si inginocchiava levando le mani al cielo come se implorasse…”

Il mondo assiste attonito a questo massacro, ma nessuno dei governi delle democrazie europee si muove.

Una delegazione di sacerdoti baschi, testimoni oculari del bombardamento, si reca a Roma per portare a Pio XI la denuncia del crimine. Non sarà mai ricevuta. Solo il Segretario di Stato (il futuro Papa Pacelli) la riceverà per congedarla al più presto: “Ricordatevi che a Barcellona le chiese sono state chiuse”.

Anche chi non stava dalla parte dei repubblicani dovrà capire, qualche anno dopo, che Guernica non era che la “prova generale” di altri drammi che si chiameranno prima Varsavia, poi Rotterdam, poi Coventry, Smolensk e poi ancora Hiroshima. E non ci sarà bisogno della posteriore cinica confessione di Goering dinanzi ai giudici del tribunale di Norimberga: “Guernica? Sì, mi dispiace. Ma quale banco di prova migliore per la Luftwaffe si poteva trovare in quell’epoca?”.

Picasso dipingerà il suo “Guernica” in quel sole che muore, in quelle teste riverse che implorano,  nel pallore spettrale dei volti,  in quelle mani impotenti che si innalzano nel cielo, in quel cavallo che nitrisce impazzito, nella testa di toro decollato c’è, sublimata, l’agghiacciante descrizione di padre Onaindia. Poche volte nella storia dell’arte un quadro si identifica, in maniera così immediata come “Guernica” con il messaggio politico.

L’opera, che Picasso dipinse nel 1937,  venne depositata provvisoriamente nel Museo d’Arte Moderna di New York in attesa che si verificassero le condizioni poste dal grande pittore spagnolo per donare al suo Paese il quadro: il ritorno della democrazia. Così, finito il periodo franchista, “Guernica” verrà trasferita in Spagna nel 1979.